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In quest’infografica descriviamo il Team di professionisti che occorre per realizzare strategie di Digital Life.

In quest’infografica descriviamo il Team di professionisti che occorre per realizzare strategie di Digital Life.

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il piccolo prof digitale

di Marco Morello ( @marmorello )

Arriva in bicicletta, senza giacca o formalismi, a maniche corte contro il vento del Lungotevere. Scarpe di tela, occhi vivaci ed entusiasmo, Jacopo Mele sembra quello che è: un ragazzo di 19 anni con il classico zaino che scende da una spalla. È quando tira fuori il suo ferro del mestiere, l’iPad, e con tono sicuro attacca a parlare di strategie web e viral marketing, che stravolge le apparenze. Che diventa credibile quanto un giovane prodigio della Silicon Valley…

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Jacopo Mele - Guedado - nativo digitale e Digital Life Coach ospite a Uno Mattina insieme a Gianni Dominici (Direttore Generale Forum Pubblica Amministrazione) per parlare di digitalizzazione della pubblica amministrazione.

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#Guedado con la sua #bici è il personaggio principale del mio nuovo #sito #web presto #online #photo #instagood  — #digitalLifeCoach #Internet #digitalLife #digital  (Scattata con Instagram presso .netcampus Roma)

#Guedado con la sua #bici è il personaggio principale del mio nuovo #sito #web presto #online #photo #instagood — #digitalLifeCoach #Internet #digitalLife #digital (Scattata con Instagram presso .netcampus Roma)

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Questa settimana su #Panorama #nuoviMondi di @marmorello — #digitale #digitaldivide #web #internet #brand #DigitalLifeCoach #redcarpetmusic #apple #ios #scialla  (Scattata con Instagram presso Guedado Workplace)

Questa settimana su #Panorama #nuoviMondi di @marmorello — #digitale #digitaldivide #web #internet #brand #DigitalLifeCoach #redcarpetmusic #apple #ios #scialla (Scattata con Instagram presso Guedado Workplace)

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Martedì 15 maggio a “Tg2 Insieme” - in onda su Rai2 alle 10 - si parlerà di pubblica amministrazione rispetto alle nuove tecnologie digitali.
In studio il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, Carlo Mochi Sismondi, presidente Forum P.A. e Jacopo Mele “Guedado”, Digital Life Coach, esperto
dell’ambiente digitale.

Note

La relatività del tempo nel 2.0

“Si fa sempre un gran parlare del 2.0 ma molto spesso chi ne parla, senza rendersene conto, lo fa descrivendolo come un concetto da conquistare, come un iperuranio da raggiungere per poter dire “Noi ci siamo”. Niente di più sbagliato. Il grande gap che il nostro Paese deve colmare non è l’essere (purtroppo) in affanno nella corsa alla digitalizzazione (2 o 3.0 che sia), bensì il capire che essa non è un fine ma un mezzo per raggiungere altri scopi, per ampliare orizzonti che neanche immaginavamo potessero esistere, per incrociare flussi e tipi di informazioni che mai avremmo pensato potessero essere coniugati e messi a disposizione sia nel commercio…sia soprattutto nella burocrazia, nell’informazione e nella PA. Collegare con un solo click le istituzioni al cittadino, i palazzi di governo all’elettore e l’istruzione ai giovani deve essere uno degli obiettivi fondamentali dei prossimi 2-3 anni. Cerchiamo, acquisiamo e condividiamo informazioni a una velocità di cui neanche ci rendiamo più conto, consentendoci di aumentare a dismisura il tempo a nostra disposizione. Un tempo che possiamo impiegare per conoscere (per deliberare), creare (per innovare), investire per migliorare la società”


Paco Hansel

Reporter. Responsabile video RadioRadicale.it

Note

La start-up nell’open government: quando è il cittadino a fare la differenza!

Negli ultimi tempi sentiamo parlare sempre più di start-up. Oggi, nel mondo web, tutti fanno start-up o almeno ne hanno una pronta nella lista delle cose da fare.

Ma cosa vuol dire veramente fare start-up?

Lo start-up identifica un periodo durante il quale vengono compiute una serie di operazioni per l’avviamento di un’impresa, un periodo durante il quale si è costretti a districarsi tra acquisizione di informazioni, documentazione, analisi del mercato e delle tendenze, per essere preparati ad affrontare nel modo migliore l’avventura che ci si appresta ad intraprendere.

Quando però si parla di start-up nel settore web, ecco che la definizione corrente del termine non sembra chiarirne il più ampio significato.

Fare web start-up significa contribuire concretamente al miglioramento dell’esperienza web degli utenti attraverso un sito o un’app, significa creare una tendenza, rivoluzionare in maniera irreversibile l’attuale modo di vedere il web.

Come un ciclone, questa nuova corrente travolge anche l’Italia.

In tanti, stimolati da differenti fattori, provano a percorrere questa impervia strada tutta in salita, fatta di creatività, di studio, di attesa a volte vana, perché fare start-up nel nostro paese è complesso. Capitali, investimenti, facilità di accesso alle informazioni sono alcuni degli elementi di cui una start-up ha bisogno affinché un’idea valida prenda corpo e diventi una produttiva realtà. Inoltre non dobbiamo dimenticare che il web è un territorio semplice, ma allo stesso tempo molto complesso, un territorio entro il quale è facile smarrire la retta via e perdersi nell’infinità di possibilità che offre.

Nonostante tutto, però, nel nostro paese hanno preso piede progetti degni di nota, start-up che sono riuscite ad emergere come scogli in un mare immenso, apportare un miglioramento, fornire un servizio e, in qualche caso, a creare occupazione.

Ed è qui che entra in gioco il difficile dialogo con la PA.

In una realtà che oggi è diventata sempre più social, immediata e vicina a ciascuno di noi, è difficile credere quanto alcuni meccanismi legati alla PA restino saldamente legati a passaggi ardui e dispendiosi.

Sicuramente sono notevoli i passi avanti realizzati dagli enti pubblici per garantire servizi più rapidi ed efficienti, tuttavia, non posso fare a meno di avanzare la mia personalissima esperienza in merito. Sono titolare di un’azienda che si occupa di tutto ciò che ruota intorno al web e spesso incontro piattaforme non funzionanti, difficili da gestire per un utente medio e che mettono pertanto in risalto lo spreco di denaro pubblico.

Dal mio punto di vista, nell’era del web, sono gli utenti stessi a decretare il successo o il fallimento di un progetto ed è a loro che bisognerebbe dare il potere di decidere della validità di un’idea. Credere nei giovani talenti, fornire gli strumenti per poter realizzare un progetto, supportare e monitorare lo sviluppo dell’idea per verificarne l’attendibilità è il primo passo per trovare risposte nei giovani che creano start up. Da qui la possibilità di creare una catena che va dal miglioramento del lavoro della PA fino alla fornitura di un servizio reale al cittadino, perché è lui stesso a crearlo, sulla base delle sue esigenze, dall’interno, in un processo bottom-up che premia giovani creatori di web start up e i cittadini stessi.

Ne è un esempio l’ormai famoso http://www.fixmystreet.com/, una piattaforma web inglese creata da giovani sviluppatori web e cittadini volontari, che permette a chiunque voglia di segnalare disservizi o disguidi relativi alle strade.

L’intuizione si è rivelata vincente e si è rapidamente diffusa anche in Italia: quest’articolo http://www.qualitapa.gov.it/nc/services/news/article/fix-my-street-partecipare-per-migliorare-i-servizi/ dimostra come, partendo dall’individuo che conosce i suoi problemi e si impegna a trovare un modo per risolverli, si possa dar vita ad un servizio pregevole che può solo migliorare il nostro vivere quotidiano.

Si tratta in sintesi di soluzioni create da giovani per il bene comune e che grazie al potere e alla viralità della rete si diffondono a macchia d’olio rivelandosi di estrema utilità. 

L’intervento della PA nel premiare e valorizzare idee innovative sarebbe un ottimo incentivo alla realizzazione non solo di start up ludiche, ma anche e soprattutto di progetti rivolti alla semplificazione e alla velocizzazione dei processi nella PA.

E chissà che qualcuno di questi giovani non possa davvero fare qualcosa di speciale, perché come diceva Jobs “Solo coloro che sono abbastanza folli da credere di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero”!

Dott.Giuseppe Noschese

CEO Click e web realizzazione siti web

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Innovazioni Web - Pubblica Amministrazione

Mi chiamo Saverio Mancino e mi occupo di innovazioni web. Sono manager di un coworking creativo - Pro Art Lab a Roma - all’interno elaboriamo idee perchè diventino progetti e successivamente ne curiamo la fase Startup.
Sono profondamente convinto che con i nuovi canali comunicativi, internet in testa, ci sia molto margine per creare valore economico, nuove professioni e conseguenti posti di lavoro. Molte aziende private già usano i social media per comunicare e inviare “contenuti” e informare i loro utilizzatori/clienti attraverso i social network. Di tutto questo potrebbe avvalersi anche la stessa Pubblica Amministrazione che non può non sfruttare i vantaggi che i mezzi mutlimediali attuali offrono. Tutto ciò potrebbe essere a vantaggio sia degli utenti che sempre più utilizzano i social network per inviare e ricevere messaggi al posto delle email e sia per le PA per snellire informazioni e pratiche.
I ministeri però hanno pensato bene di “troncare” questo canale comunicativo molto dinamico e fluido a scapito del vantaggio che potrebbe trarne qualsiasi ente pubblico amministrativo.
Dunque, se il problema è la gestione dell’accesso per la profilazione di chi usa i social network per “passare il tempo” invece di lavorare, c’è un sistema nuovissimo che sta lanciando “wiMAN”, una piccola e giovane startup tutta italiana! Questa si serve di un router per collegarsi ad internet attraverso il wifi con l’account personale di Facebook, Twitter o altri social network. A questo punto il controllo degli accessi viene gestito da un pannello web con il quale “osservare” chi ne ha usufruito e come ha utilizzato il mezzo comunicativo!
Da tutto ciò si possono capire tutte le potenzialità del servizio che questo strumento tecnologico può dare…. perchè non iniziare a sperimentarlo?

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L’Internet delle cose (di GeekFiles)

RFID, GPS, ubiquitous computing: è linternet delle cose, un mondo in cui oggetti e merci, persone e animali, edifici e luoghi saranno interconnessi comunicando gli uni con gli altri.

Nella Internet delle Cose, infatti, la rete è il tessuto connettivo di dispositivi elettronici di ogni natura, dagli elettrodomestici alle automobili, che circonda luomo e che è così destinata a dar vita ad un numero enorme di nuovi servizi.

Tutte opportunità, evidentemente, destinate anche ad avere un profondo impatto sul comportamento umano.

Come funzionano queste tecnologie?
Qual è lo stato dellarte della diffusione degli oggetti intelligenti?
Quali sono le conseguenze per la nostra vita, nella percezione della realtà e nella protezione della nostra privacy?



Intervengono in questa puntata:

Adam Greenfield (Design Direction User Interface, Nokia)
Domenico Laforenza (Direttore Istituto Telematica e Informatica, CNR)
Gaetano Marrocco (Ricercatore, Università di Roma Tor Vergata)
Palla di Neve (Gatto connesso alla Rete, suo malgrado)

http://www.geekfiles.tv

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internet tende ad assomigliare sempre più alla realtà

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Stop SOPA

Sono molte le critiche mosse al SOPA; tra le principali:
il SOPA prevede una causa legale per un singolo contenuto in violazione di copyright, mentre il DMCA (Digital Millennium Copyright Act, cioè il disegno di legge attualmente in vigore negli USA) prevede una semplice diffida da parte del detentore dei diritti; il prezzo con il SOPA è l’oscuramento del sito, con il DMCA è la rimozione del solo contenuto caricato illegalmente;
le spese legali costituiscono un deterrente e un serio pericolo per i siti non-profit o low-budget;
si presta facilmente ad un uso strumentale da parte dei detentori di diritti per mettere in ginocchio determinati siti, in quanto questi ultimi dovranno sostenere le spese legali anche se le accuse di violazione di copyright si rivelano essere false;
rende illegali anche strumenti informatici che non hanno nulla a che fare con le violazioni di copyright: Virtual Private Networks, proxy, software per l’anonimato; strumenti indispensabili per gli amministratori di sistemi informatici, attivisti per i diritti umani, e dissidenti politici in tutto il mondo.
Il General Counsel della Wikimedia Foundation Geoff Brigham ritiene che il SOPA sia una seria minaccia per la libertà di espressione in Internet.[7] La EFF definisce il SOPA come Disastrous IP legislation.[9]
Creative Commons ritiene che questo disegno di legge vaporizzerebbe l’accessibilità a grandi serbatoi di cultura libera, aumentando il costo e il rischio da sostenere sia da parte di siti gestiti da singoli, come i blog, sia per i progetti a contenuto aperto, come Wikipedia, Flickr, Youtube.[10]
La EFF (Electronic Frontier Foundation) ritiene che questo disegno di legge minaccerebbe la sopravvivenza del software open source, in quanto per sua natura sviluppato con una struttura decentralizzata, da utenti volontari appartenenti a tutto il mondo:
sarebbe necessario trovare volontari disposti ad agire in base alle ingiunzioni del tribunale, in quanto questa azione sarebbe percepita come una censura e contraria al senso stesso dell’open source;
sarebbe impraticabile o impossibile controllare un vasto repository di software su base volontaria;
attuare le imposizioni del tribunale potrebbe costituire una violazione della General Public License, in quanto colui che distribuisce il software non può imporre ulteriori restrizioni sui diritti [già] garantiti dalla GPL.
La stessa EFF ritiene che la terminologia usata nel SOPA sia un chiaro riferimento a Mozilla, che produce il noto browser Firefox, e che ha rifiutato all’inizio del 2011 di rimuovere l’estensione Mafiaafire dal suo sito, la quale reindirizza in automatico verso i siti .com e .net che sono stati oscurati a causa di questioni legali dovute al copyright,sostenendo che nessuna corte ha mai stabilito che l’estensione Mafiaafire sia in qualche modo illecita o illegale.
La norma “riguarderebbe il blocco IP. Penso che contempli l’ispezione approfondita dei pacchetti”, ha dichiarato Markham Erikson, capo della NetCoalition, un gruppo che include Google, Yahoo e eBay. Un collaboratore del relatore Lamar Smith ha sostenuto che sarebbe il giudice a decidere che tipo di blocco ordinare. Cary Sherman, presidente e CEO della RIAA (Associazione Americana dell’Industria Discografica) ha scritto in un editoriale, ospitato da CNET, che la proposta di legge sarebbe rivolta “solo al sottodominio o indirizzo di protocollo Internet illegale, piuttosto che ad agire contro l’intero dominio.” (sic)
Gli statunitensi possono semplicemente passare a provider DNS “offshore”, come CloudFloor, che offrono collegamenti criptati, ha detto David Ulevitch, il capo di OpenDNS per San Francisco; secondo Ulevitch gli imprenditori degli Stati Uniti potrebbero anche spostarsi direttamente offshore. “Siamo in grado di riorganizzarci come una società delle Isole Cayman, e di offrire lo stesso servizio senza essere più una società statunitense”.
Edward Black, presidente e CEO di Computer and Communications Industry Association, ha scritto su Huffington Post che “Ironia della sorte, [la norma] potrebbe fare poco per fermare i veri siti pirata, che potrebbero semplicemente riapparire qualche ora dopo con un nome diverso, se i loro indirizzi web numerici non sono noti anche prima. Chiunque conosca o abbia quell’indirizzo web sarebbe ancora in grado di raggiungere il sito pirata”.
Critiche sugli aspetti tecnici 
Altre critiche riguardano il filtraggio DNS, applicato da parte delle autorità degli Stati Uniti sui server statunitensi, previsto dal disegno di legge. I server DNS traducono il nome di un sito web nel corrispondente indirizzo IP, svolgendo per Internet un ruolo analogo a quello dell’elenco del telefono. Il disegno di legge proposto inizialmente prevedeva che l’oscuramento fosse realizzato imponendo a questi server di non instradare le richieste agli indirizzi IP dei siti oscurati; successivamente, questo meccanismo è stato reso facoltativo piuttosto che obbligatorio, tuttavia è ancora incoraggiato.
Tra le altre critiche inerenti il rapporto tra SOPA e DNS:
costituisce un precedente per future influenze arbitrarie da parte dei governi riguardo l’oscuramento di siti Internet;
mina la stabilità e la struttura stessa di Internet, che è stato progettato in modo che tutti i server DNS mantengano una stessa lista di indirizzi: frammentare il sistema DNS vuol dire frammentare Internet (contro la stessa politica statunitense di avere un unico Internet globale);
Il SOPA ostacola l’implementazione del DNSSEC, che migliora il sistema DNS mirando a tutelare la sicurezza degli utenti di Internet. Infatti, Il DNSSEC è stato progettato per essere robusto contro i fallimenti nelle comunicazioni di rete: se un browser non riceve risposta da un server DNS statunitense, chiederà l’accesso ad altri server DNS, finché non riceve una risposta. Questo è il meccanismo che garantisce la sicurezza dell’utente durante l’accesso ad un sito qualunque, in quanto serve per la trasmissione dei certificati che garantiscono l’autenticità del sito visitato, così da prevenire l’esposizione ad eventuali siti fake. Tuttavia, è lo stesso meccanismo che entra in gioco se l’utente visita il link di un sito oscurato. Per il browser è impossibile distinguere tra i due casi. Tuttavia, nel secondo caso, poiché i server statunitensi negano l’accesso al sito, e il browser riceve risposta da un server esterno agli USA, il suo può essere considerato come un tentativo di aggirare il limite imposto dal SOPA, e quindi è perseguibile secondo il disegno di legge. Ciò costituirebbe un pericolo per le aziende produttrici di browser, le quali vedrebbero il proprio prodotto rimosso dal mercato non appena l’Attorney General degli Stati Uniti rilevasse che il browser implementa questo meccanismo.
Sostenitori e oppositori 

Presentata dal repubblicano Lamar S. Smith, la proposta di legge ha raccolto, al 15 gennaio 2012, 32 sostenitori alla Camera dei rappresentanti (16 repubblicani e 16 democratici).
La capogruppo democratica alla Camera, Nancy Pelosi, ha espresso contrarietà alla legge, così come anche il candidato alle primarie repubblicane Ron Paul, che ha aderito all’appello lanciato da 9 deputati democratici al resto dei rappresentanti, secondo cui la legge “potrebbe causare danni seri e a lungo termine per il settore tecnologico, uno dei pochi punti luminosi nella nostra economia” e provocherebbe “un’esplosione di cause legali e contenziosi ammazza-innovazione”.
Tra gli oppositori alla proposta si trovano anche Google, Yahoo!, Facebook, Twitter, AOL, LinkedIn, eBay, la Mozilla Foundation, la Wikimedia Foundation e varie organizzazioni per i diritti umani come Reporter Senza Frontiere, l’Electronic Frontier Foundation, l’American Civil Liberties Union e Human Rights Watch.

[wiki]

Stop SOPA

Sono molte le critiche mosse al SOPA; tra le principali:
il SOPA prevede una causa legale per un singolo contenuto in violazione di copyright, mentre il DMCA (Digital Millennium Copyright Act, cioè il disegno di legge attualmente in vigore negli USA) prevede una semplice diffida da parte del detentore dei diritti; il prezzo con il SOPA è l’oscuramento del sito, con il DMCA è la rimozione del solo contenuto caricato illegalmente;
le spese legali costituiscono un deterrente e un serio pericolo per i siti non-profit o low-budget;
si presta facilmente ad un uso strumentale da parte dei detentori di diritti per mettere in ginocchio determinati siti, in quanto questi ultimi dovranno sostenere le spese legali anche se le accuse di violazione di copyright si rivelano essere false;
rende illegali anche strumenti informatici che non hanno nulla a che fare con le violazioni di copyright: Virtual Private Networks, proxy, software per l’anonimato; strumenti indispensabili per gli amministratori di sistemi informatici, attivisti per i diritti umani, e dissidenti politici in tutto il mondo.
Il General Counsel della Wikimedia Foundation Geoff Brigham ritiene che il SOPA sia una seria minaccia per la libertà di espressione in Internet.[7] La EFF definisce il SOPA come Disastrous IP legislation.[9]
Creative Commons ritiene che questo disegno di legge vaporizzerebbe l’accessibilità a grandi serbatoi di cultura libera, aumentando il costo e il rischio da sostenere sia da parte di siti gestiti da singoli, come i blog, sia per i progetti a contenuto aperto, come Wikipedia, Flickr, Youtube.[10]
La EFF (Electronic Frontier Foundation) ritiene che questo disegno di legge minaccerebbe la sopravvivenza del software open source, in quanto per sua natura sviluppato con una struttura decentralizzata, da utenti volontari appartenenti a tutto il mondo:
sarebbe necessario trovare volontari disposti ad agire in base alle ingiunzioni del tribunale, in quanto questa azione sarebbe percepita come una censura e contraria al senso stesso dell’open source;
sarebbe impraticabile o impossibile controllare un vasto repository di software su base volontaria;
attuare le imposizioni del tribunale potrebbe costituire una violazione della General Public License, in quanto colui che distribuisce il software non può imporre ulteriori restrizioni sui diritti [già] garantiti dalla GPL.
La stessa EFF ritiene che la terminologia usata nel SOPA sia un chiaro riferimento a Mozilla, che produce il noto browser Firefox, e che ha rifiutato all’inizio del 2011 di rimuovere l’estensione Mafiaafire dal suo sito, la quale reindirizza in automatico verso i siti .com e .net che sono stati oscurati a causa di questioni legali dovute al copyright,sostenendo che nessuna corte ha mai stabilito che l’estensione Mafiaafire sia in qualche modo illecita o illegale.
La norma “riguarderebbe il blocco IP. Penso che contempli l’ispezione approfondita dei pacchetti”, ha dichiarato Markham Erikson, capo della NetCoalition, un gruppo che include Google, Yahoo e eBay. Un collaboratore del relatore Lamar Smith ha sostenuto che sarebbe il giudice a decidere che tipo di blocco ordinare. Cary Sherman, presidente e CEO della RIAA (Associazione Americana dell’Industria Discografica) ha scritto in un editoriale, ospitato da CNET, che la proposta di legge sarebbe rivolta “solo al sottodominio o indirizzo di protocollo Internet illegale, piuttosto che ad agire contro l’intero dominio.” (sic)
Gli statunitensi possono semplicemente passare a provider DNS “offshore”, come CloudFloor, che offrono collegamenti criptati, ha detto David Ulevitch, il capo di OpenDNS per San Francisco; secondo Ulevitch gli imprenditori degli Stati Uniti potrebbero anche spostarsi direttamente offshore. “Siamo in grado di riorganizzarci come una società delle Isole Cayman, e di offrire lo stesso servizio senza essere più una società statunitense”.
Edward Black, presidente e CEO di Computer and Communications Industry Association, ha scritto su Huffington Post che “Ironia della sorte, [la norma] potrebbe fare poco per fermare i veri siti pirata, che potrebbero semplicemente riapparire qualche ora dopo con un nome diverso, se i loro indirizzi web numerici non sono noti anche prima. Chiunque conosca o abbia quell’indirizzo web sarebbe ancora in grado di raggiungere il sito pirata”.
Critiche sugli aspetti tecnici
Altre critiche riguardano il filtraggio DNS, applicato da parte delle autorità degli Stati Uniti sui server statunitensi, previsto dal disegno di legge. I server DNS traducono il nome di un sito web nel corrispondente indirizzo IP, svolgendo per Internet un ruolo analogo a quello dell’elenco del telefono. Il disegno di legge proposto inizialmente prevedeva che l’oscuramento fosse realizzato imponendo a questi server di non instradare le richieste agli indirizzi IP dei siti oscurati; successivamente, questo meccanismo è stato reso facoltativo piuttosto che obbligatorio, tuttavia è ancora incoraggiato.
Tra le altre critiche inerenti il rapporto tra SOPA e DNS:
costituisce un precedente per future influenze arbitrarie da parte dei governi riguardo l’oscuramento di siti Internet;
mina la stabilità e la struttura stessa di Internet, che è stato progettato in modo che tutti i server DNS mantengano una stessa lista di indirizzi: frammentare il sistema DNS vuol dire frammentare Internet (contro la stessa politica statunitense di avere un unico Internet globale);
Il SOPA ostacola l’implementazione del DNSSEC, che migliora il sistema DNS mirando a tutelare la sicurezza degli utenti di Internet. Infatti, Il DNSSEC è stato progettato per essere robusto contro i fallimenti nelle comunicazioni di rete: se un browser non riceve risposta da un server DNS statunitense, chiederà l’accesso ad altri server DNS, finché non riceve una risposta. Questo è il meccanismo che garantisce la sicurezza dell’utente durante l’accesso ad un sito qualunque, in quanto serve per la trasmissione dei certificati che garantiscono l’autenticità del sito visitato, così da prevenire l’esposizione ad eventuali siti fake. Tuttavia, è lo stesso meccanismo che entra in gioco se l’utente visita il link di un sito oscurato. Per il browser è impossibile distinguere tra i due casi. Tuttavia, nel secondo caso, poiché i server statunitensi negano l’accesso al sito, e il browser riceve risposta da un server esterno agli USA, il suo può essere considerato come un tentativo di aggirare il limite imposto dal SOPA, e quindi è perseguibile secondo il disegno di legge. Ciò costituirebbe un pericolo per le aziende produttrici di browser, le quali vedrebbero il proprio prodotto rimosso dal mercato non appena l’Attorney General degli Stati Uniti rilevasse che il browser implementa questo meccanismo.
Sostenitori e oppositori

Presentata dal repubblicano Lamar S. Smith, la proposta di legge ha raccolto, al 15 gennaio 2012, 32 sostenitori alla Camera dei rappresentanti (16 repubblicani e 16 democratici).
La capogruppo democratica alla Camera, Nancy Pelosi, ha espresso contrarietà alla legge, così come anche il candidato alle primarie repubblicane Ron Paul, che ha aderito all’appello lanciato da 9 deputati democratici al resto dei rappresentanti, secondo cui la legge “potrebbe causare danni seri e a lungo termine per il settore tecnologico, uno dei pochi punti luminosi nella nostra economia” e provocherebbe “un’esplosione di cause legali e contenziosi ammazza-innovazione”.
Tra gli oppositori alla proposta si trovano anche Google, Yahoo!, Facebook, Twitter, AOL, LinkedIn, eBay, la Mozilla Foundation, la Wikimedia Foundation e varie organizzazioni per i diritti umani come Reporter Senza Frontiere, l’Electronic Frontier Foundation, l’American Civil Liberties Union e Human Rights Watch.

[wiki]

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sociologiadeimediadigitali:

Digital Life: Today & Tomorrow (di neolabels)

1 Note

Il 28% della popolazione Usa utilizza i cellulari per segnalare la propria posizione geografica

Secondo l’ultima ricerca di The Pew Research Center’s Internet & American Life Project, il 28% della popolazione adulta degli americani utilizzano i cellulari per segnalare la propria posizione geografica. Questo significa che il 28% della popolazione utilizza i telefoni cellulari per ottenere indicazioni o consigli in base alla loro posizione.

Un numero molto più piccolo (il 5% dei possessori di cellulari) usano i loro telefonini per il check-in utilizzando i servizi geosocial come Foursquare o Gowalla. I possessori di smartphone sono particolarmente propensi a usare questi servizi sui loro telefoni.

In più il 9% degli utenti internet usano i servizi di social media come Facebook, Twitter, LinkedIn…

Il 28% della popolazione Usa utilizza i cellulari per segnalare la propria posizione geografica

Secondo l’ultima ricerca di The Pew Research Center’s Internet & American Life Project, il 28% della popolazione adulta degli americani utilizzano i cellulari per segnalare la propria posizione geografica. Questo significa che il 28% della popolazione utilizza i telefoni cellulari per ottenere indicazioni o consigli in base alla loro posizione.

Un numero molto più piccolo (il 5% dei possessori di cellulari) usano i loro telefonini per il check-in utilizzando i servizi geosocial come Foursquare o Gowalla. I possessori di smartphone sono particolarmente propensi a usare questi servizi sui loro telefoni.

In più il 9% degli utenti internet usano i servizi di social media come Facebook, Twitter, LinkedIn…

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Anche tu puoi fare la differenza!
Zero Impact® Web nasce per:
- diffondere consapevolezza
- far diventare il tuo sito, blog, portale uno strumento per combattere il global warming
- promuovere attenzione verso le tematiche dell’ambiente
- dare gli strumenti per ridurre l’impatto ambientale delle tue attività online e dei visitatori, e compensare le emissioni contribuendo alla creazione e tutela di foreste in crescita.
I cambiamenti climatici sono una delle principali minacce che il pianeta e l’umanità stanno affrontando. Alcuni gas, come l’anidride carbonica e il metano, intrappolano il calore nell’atmosfera terrestre che contribuisce all’innalzamento della temperatura del pianeta: l’effetto serra.
Internet ha già fatto molto per ridurre le emissioni di CO2: ci collega col mondo, ci fa risparmiare tempo, energia e risorse. Tuttavia, per quanto utile, anche il web consuma energia: si stima che l’Information Technology sia responsabile del 2 per cento delle emissioni di CO2 europee, con circa 7 milioni di centri elaborazione dati e 40 miliardi di kWh consumati all’anno.
Secondo un rapporto Greenpeace di marzo 2010 che analizza il ‘cloud computing’ – la nuvola delle tecnologie informatiche disponibili online – all’attuale tasso di crescita i data center e le reti di telecomunicazione consumeranno circa 2.000 miliardi di kilowattora di elettricità nel 2020, oltre il triplo del loro consumo attuale.
Un data center che opera a 4 MegaWatt (quello del più grande motore di ricerca è da 10) arriva a consumare fino a 57 barili di petrolio al giorno.
Anche noi possiamo dare un contributo per la riduzione delle emissioni di CO2. Come?
Prestando attenzione a piccoli accorgimenti che possono realmente fare la differenza
Compensando l’impatto residuo delle nostre pagine Web.

Anche tu puoi fare la differenza!
Zero Impact® Web nasce per:
- diffondere consapevolezza
- far diventare il tuo sito, blog, portale uno strumento per combattere il global warming
- promuovere attenzione verso le tematiche dell’ambiente
- dare gli strumenti per ridurre l’impatto ambientale delle tue attività online e dei visitatori, e compensare le emissioni contribuendo alla creazione e tutela di foreste in crescita.
I cambiamenti climatici sono una delle principali minacce che il pianeta e l’umanità stanno affrontando. Alcuni gas, come l’anidride carbonica e il metano, intrappolano il calore nell’atmosfera terrestre che contribuisce all’innalzamento della temperatura del pianeta: l’effetto serra.
Internet ha già fatto molto per ridurre le emissioni di CO2: ci collega col mondo, ci fa risparmiare tempo, energia e risorse. Tuttavia, per quanto utile, anche il web consuma energia: si stima che l’Information Technology sia responsabile del 2 per cento delle emissioni di CO2 europee, con circa 7 milioni di centri elaborazione dati e 40 miliardi di kWh consumati all’anno.
Secondo un rapporto Greenpeace di marzo 2010 che analizza il ‘cloud computing’ – la nuvola delle tecnologie informatiche disponibili online – all’attuale tasso di crescita i data center e le reti di telecomunicazione consumeranno circa 2.000 miliardi di kilowattora di elettricità nel 2020, oltre il triplo del loro consumo attuale.
Un data center che opera a 4 MegaWatt (quello del più grande motore di ricerca è da 10) arriva a consumare fino a 57 barili di petrolio al giorno.
Anche noi possiamo dare un contributo per la riduzione delle emissioni di CO2. Come?
Prestando attenzione a piccoli accorgimenti che possono realmente fare la differenza
Compensando l’impatto residuo delle nostre pagine Web.

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